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Lacos

Lacos de catzigare

I palmenti rupestri di Ardauli

Lacos - palmenti rupestri di Ardauli

Il piccolo centro di Ardauli è caratterizzato da un paesaggio collinare in cui prosperano l’oliveto ed il vigneto lavorati ancora con metodi tradizionali. In queste vigne, in cui la vite è allevata ad alberello e l’aratura avviene ancora con l’asino, si coltivano decine di uve differenti: Bovale Sardo, Bovale di Spagna, Moscatello, Semidano, Vermentino, Nasco, Barbera Sarda, etc.. Il vino bianco, ottenuto da uve Nuragus nella misura non inferiore all’80% (chiamato ad Ardauli Mravasia), era conosciuto ed apprezzato in tutta l’isola. Fino agli anni ’50 del Novecento anche l’allevamento di viti su sostegni vivi (quali quercie, bagolari, lecci, frassini) era diffusissimo particolarmente lungo i corsi d’acqua e i confini di proprietà.

 

All’interno di questo territorio, attraverso varie campagne di indagine etnografica e di ricerca sul campo, sono stati individuati finora oltre cento palmenti chiamati qui lacos de catzigare (vasche per la pigiatura), alcuni dei quali utilizzati fino ad epoca recente.

 

La tipologia più comune, scavata nella roccia affiorante, è costituita da un sistema di due vasche comunicanti attraverso un foro o un’apertura a canaletta. La vasca per la pigiatura, denominata sa pratzada, leggermente inclinata, di scarsa profondità e forma grossomodo semicircolare con dimensioni doppie o più rispetto alla seconda, risulta delimita – nella sua forma più antica – da una serie di ortostati di varia altezza. La vasca di raccolta, chiamata su lacu, profonda in media 40 cm, posta sempre ad un livello inferiore rispetto a sa pratzada, mostra varie planimetrie: rettangolare, subcircolare, ellittica, etc.. Sul piano pavimentale, costante è la presenza di una fossetta utile alla raccolta del liquido. Mancano totalmente fori o alloggiamenti nella roccia funzionali al fissaggio degli elementi del torchio; la tecnica di vinificazione si basava dunque, principalmente, sulla pigiatura con i piedi.

 

Circa il loro utilizzo, dalla ricerca etnografica è emerso solo l’uso connesso alla viticoltura: le uve, – ammassate in sa pratzada – venivano sistemate man mano all’interno di sacchi di lino tessuti a maglie larghe (sas cuneddas) e poi schiacciate con i piedi da un pigiatore esperto (su catzigadore). Terminata questa operazione i sacchi subivano un’ulteriore azione di pressione mediante la cosiddetta perda ’e irbinare, un masso di pietra di forma grossomodo circolare dalla base appiattita. Alcune prazadas mostrano ancora una fossetta in cui, durante la vendemmia (sa innenna), veniva posto un acino per ogni cesto d’uva tagliata (sa cannada). In questo modo il proprietario della vigna riusciva a prevedere il quantitativo di mosto che ne sarebbe derivato, così da predisporre per tempo il numero di otri (sas butzas) utili per il trasporto a dorso d’asino e quello delle botti necessarie alla fermentazione. Altri elementi accessori potevano essere piccole vasche rettangolari connesse al sistema di pressione con le pietre e canalizzazioni per lo scolo delle acque piovane. Dalle vinacce poste a macerare con l’acqua si otteneva, invece, il piritzolu, una bevanda identica a quella che gli antichi romani chiamavano “lora”.

 

Per quanto concerne la loro cronologia, lo studio del contesto archeologico in cui questi manufatti sono inseriti può fornirci, in assenza di dati di scavo e di indagini molecolari, utili indicazioni – se non sul periodo di escavazione – almeno su quello di utilizzo. Interessante è il fatto che uno di essi, quello individuato in località Arzolas – costituito da due profonde vasche di forma rettangolare in connessione tra loro – sembra essere stato parte di un complesso più ampio comprendente anche diversi bacini scavati nella roccia e una vasca in pietra ovale irregolare con un versatoio, interpretata come pigiatoio per il vino o base di torchio. Il territorio di Arzolas, ancora oggi ricco di antichi vigneti, risulta frequentato fin dall’epoca preistorica, come dimostra un’estesa necropoli ipogeica del tipo a domus de janas (IV mill. a.C.). Poco distante, in prossimità dei ruderi della chiesetta di S. Liori, sono attestati alcuni cippi funerari di epoca romana tra cui uno del tipo a capanna (I-II sec. d.C.).

 

Palmenti a vasche comunicanti scavati su affioramenti rocciosi sono stati individuati anche nella vicina località di Sos Eremos, fertile area collinare in cui sorgono numerose piante d’ulivo e vigneti. La vasca di raccolta di uno di essi pare essere stata in origine una tomba, quali quelle documentate in alcuni siti di epoca romana nel vicino territorio di Neoneli.

 

Oltre a palmenti di questa tipologia a Sos Eremos si conservano anche numerose vasche scavate su massi di roccia isolati. In alcuni casi la vasca per la pigiatura – dotata di canaletta di scolo – e quella di raccolta, si trovano ancora oggi accostate. Nell’ambito delle ricognizione di superficie, chi scrive ha rinvenuto alcune schegge di ossidiana e numerosi frammenti di ceramica (tra cui parte di una lucerna) databili questi ultimi fra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.. A tali indizi di superficie si deve aggiungere un interessante reperto venuto alla luce alcuni anni fa durante i lavori di rifacimento di un vigneto: si tratta di un sarcofago in trachite chiuso da un pesante lastrone. Il manufatto è stato attribuito genericamente ad epoca altomedievale.

 

Altri significativi esempi di palmenti scavati nella roccia affiorante sono stati individuati nella località Idd’Edera. Il luogo di rinvenimento, situato su un pianoro in cui sorgono numerosi vigneti, presenta evidenti segni ed indizi di un remoto insediamento umano attribuibili al I-II d.C.. Tra i muri di recinzioni, oltre ad un cippo funerario del tipo a capanna, si individuano numerosi conci finemente lavorati e decorati.

 

La località di Tanghé, situata assai vicino alla necropoli ipogeica di Muruddu, è ricca anch’essa di palmenti. L’area, oggi disabitata e per la maggior parte costituita da campi coltivati a vigna, è interessata da numerosi resti ceramici di epoca storica e da una notevole quantità di pietrame riutilizzato per la costruzione di muretti a secco.

 

Tra i siti di maggiore rilevanza si segnala ancora quello di Su Littu, dove oltre a diverse strutture murarie, sono stati rinvenuti numerosi segnacoli tombali del tipo a capanna.

 

Alla luce di quanto esposto finora e sulla base dell’attribuzione cronologica proposta per i manufatti della stessa tipologia individuati finora nell’isola, l’uso dei palmenti di Ardauli potrebbe essere cominciato almeno nel II sec. a.C. e proseguito poi attraverso il Medioevo fino ad arrivare ai giorni nostri.

 

Cinzia Loi

Paleoworking Sardegna

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