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Piccola storia nobile

  |   Dintorni, Storia

Le Pro Loco in Italia

Non esiste popolo al mondo che non abbia elaborato modi di cura del proprio luogo di vita; la cura diventa nel tempo cultura, e questo specifico modo di cultura diventa spesso un vero e proprio culto; questo processo si evolve in una scalarità che porta dalla forma spontanea e individuale della cura alla forma organizzata e associativa del costume: nella percezione e nell’assolvimento di questo bisogno, individuale e sociale, vi è sempre una antropologia.

Non solo una antropologia: nella lunga durata vi è anche una storia, e nella scena corrente vi è anche una politica. Il filo che lega questi tre piani (antropologia, storia e politica della “cura del luogo”), è generalmente costituito dalla tentazione, propria dell’ordine politico, di fagocitare la vita spontanea delle forme associative: indurle alla registrazione, alla formalizzazione, alla burocratizzazione, all’autorizzazione ecc.: confraternite e gremi, comitati di festa e comitati di sagra, compagnie di caccia e compagnie barraccellari ecc. sono esempi eclatanti di tutto questo; dunque, la vicenda italiana delle Pro Loco non vi fa eccezione.

Il termine stesso, Pro Loco, indica un incipiente tentativo di unificare la varietà e la spontaneità delle forme associative di carattere paesano, spesso caratterizzate dalla occasionalità o soggette alla precarietà, al fine di non disperderne l’esperienza e di capitalizzarne i risultati; ovviamente questo intento di valorizzazione finiva per essere esercitato da figure sociali considerate autorevoli, di rango elevato e capaci di mediazione a livelli superiori nelle diverse gerarchie sociali (politiche, religiose, sportive ecc.). Questo spiega la ragione per cui, nella specifica realtà italiana dall’Unità in poi, le Pro Loco (e ancor più le associazioni di promozione del turismo o dello sport) siano nate in genere da una matrice sociale ‘nobiliare’, motivata da un lato ad affiliare le risorse paesane e dall’altro ad evitare le affiliazioni alle consorterie politiche: si tratta quindi di uno spaccato della storia nazionale veramente interessante, anche perchè molto diverso dalle organizzazioni analoghe maturate in altri paesi europei nello stesso periodo storico (gli ultimi centocinquant’anni).

La prima Pro Loco italiana nasce in realtà nell’Impero austro-ungarico: si costituisce infatti nel borgo di Pieve Tesino, in provincia di Trento, nel 1881, sulla scia di analoghe associazioni d’oltralpe indirizzate alla promozione turistica.

Già qui si evidenzia la doppia natura di questa motivazione: la promozione del turismo attivo, da un lato, e la promozione dei servizi ricettivi, dall’altro. È necessario qui fermarsi un momento a riflettere in retrospettiva: infatti, se è vero che in questo lungo arco di tempo le Pro Loco hanno saputo in genere assolvere al compito di favorire la pratica e la conoscenza dei propri territori, sono state generalmente carenti o impotenti nella prospettazione o nella realizzazione di servizi ricettivi, e questo vuoto è stato ovviamente monopolizzato da logiche da enti ministeriali, in particolare da parte del Ministero degli Interni e in particolare nel ventennio fra le due guerre (ENIT 1919, Aziende di cura e soggiorno 1926, Enti Provinciali del Turismo 1936 ecc.): è stato questo, comprensibilmente, il periodo di maggiore pressione politica nel senso della centralizzazione ministeriale del fenomeno del turismo moderno, e quindi delle forme sia imprenditoriali che associative ad esso connesse.

La lunga fase di ibridità e disarticolazione cui le Pro Loco furono soggette per così tanto tempo, nella forma giuridica di “associazioni non riconosciute”, ebbe relativamente termine solo nel 1962, con la costituzione della Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia (UNPLI): almeno virtualmente, si trattava di una organizzazione che poteva vantare già allora centinaia di migliaia di iscritti (oggi seicentomila) e una articolazione funzionale in dipartimenti (oggi otto).

Finalmente, ma solo nel 1965 e solo nella forma di Decreto Ministeriale (in capo al neonato Ministero del Turismo) fu così istituito l’Albo Nazionale; qualche anno dopo, nel 1972, si approdò al trasferimento dell’Albo alle Regioni e di qui (legge quadro 217/83) alla definizione dei rapporti funzionali, giuridici, finanziari ecc. tra la Regione e le Pro Loco iscritte.


La Pro Loco di Ardauli

Ardauli, come tutti i piccoli paesi della Sardegna, presenta una vicenda di cura, di cultura e di culto del “luogo” intrisa nell’istintualità, nelle abitudini e nel costume; si tratta quindi di una antropologia, di una storia e di una politica cariche di tutte le luci e di tutte le ombre proprie di una transizione lunga e inconclusa: oggi, mentre sopravvivono forme associative tuttora considerate irrinunciabili (per es. le confraternite), e si succedono in felice spontaneità i comitati di festa, nonostante il tracollo demografico ormai in pieno corso, alcune modalità pluridecennali di aggregazione giovanile sono venute meno (per es. la leva), altre si sono esaurite proprio per il depauperamento demografico (per es. le articolazioni sportive o le associazioni estive).

La Pro Loco di Ardauli nasce proprio nel 1965, forse tra le prime in Sardegna a rispondere al cruciale Decreto Ministeriale che istituiva l’Albo Nazionale; se è capzioso riportare qui i nominativi dei presidenti e dei consiglieri che si sono succeduti da allora, e cioè in questi ultimi sessant’anni, non è superfluo invece segnalare che gli anni sessanta del Novecento significarono per il paese un cambio di passo molto rilevante, in particolare per la diffusa scolarizzazione superiore, per la permeabilità indotta dai processi migratori, e per la ricaduta che ne derivò in seno alla lievitazione del sentimento politico e della prassi politica stessa: la nascita della Pro Loco fu frutto di questa lievitazione.

 

Ovviamente la neonata organizzazione dovette scontare una evidente discrasia tra la propria connaturata ambizione, (cioè prospettare, promuovere e in parte dirigere la già ricca articolazione associazionistica tradizionale o di occasione) e la refrattarietà delle associazioni già autonomamente strutturate; non restava quindi altro da fare che impegnarsi sugli spazi sociali vuoti o gravemente disattesi: ma quali?

Come oggi è a tutti evidente, il “vuoto” nei piccoli paesi della Sardegna interna non è una espressione retorica, è invece una realtà straordinariamente complessa e grave; significa in primo luogo il vuoto territoriale: sartos, sentieri, sorgenti, manufatti rurali, consistenze archeologiche, monumenti naturali ecc.; ma significa anche il vuoto abitativo: il degrado urbano, la difficile sostenibilità dimensionale del centro matrice, l’inarrivabile costo di mantenimento delle infrastrutture pubbliche ecc.; ed in conseguenza di ciò, il vuoto assoluto di prospettiva nella dotazione di ricettività turistica.

Con questo, ci ritroviamo al nodo di massima difficoltà che le prime Pro Loco italiane dovettero misurare già cento anni fa: spendersi nella prassi “attiva” (creare itinerari, studiare ambienti, creare iniziative artistiche e ricreative ecc.) ritrovandosi impotenti nel riscontro “ricettivo” (servizi di accoglienza, ospitalità, ristorazione, residenzialità di vacanza ecc.).

Questa situazione, ovviamente, non può imporre a una Pro Loco di trovare una risposta: le impone però di indirizzare la domanda; e se la domanda è chiara, sono tutti i cittadini, tutta la ricchezza associativa e tutta la sfera politica a coloro che devono contribuire alla risposta.

PRO-SPETTIVA

Tre domande, sessant’anni dopo

all’amministrazione comunale: la relazione tra la Pro Loco e le amministrazioni seccedutesi in questi sessant’anni è stata generalmente una non relazione, limitata a sporadiche interlocuzioni con qualche ufficio o con qualche assessore: ma, nella necessità evidentissima e conclamata di una benchè minima prospettazione e pianificazione su carenze dormienti (in particolare: valorizzazione ambientale e ricettività turistica) un discorso va assolutamente costruito;

alle associazioni: la relazione tra la Pro Loco e le associazioni strutturate, in particolare quelle operanti in campo ambientale (per es. la compagnia barraccellare, la compagnia di caccia, ecc.) è stata fino ad oggi praticamente assente; ma: in presenza di emergenze di protezione civile, o nella indispensabile opera di prevenzione e cura (per esempio sulle sorgenti o su passi che sarebbero nodali in caso di incendi) è chiaramente utile che vi sia una concertazione, capace di coinvolgere un numero significativo di cittadini;

ai giovani: non si tratta qui di un appello giovanilistico, si tratta invece di preventivare ragionevolmente la trasmissione delle esperienze compiute e di quelle ipotizzate per il futuro; il problema della “trasmissione”, in una temperie di crollo demografico quale quella che stiamo vivendo, è di importanza vitale; è quindi necessario che la campagna, su sartu, sia conosciuta e sia studiabile fin da bambini, e che giunga a maturazione comunque in giovane età;

dunque: relazione tra Pro Loco e amministrazione (a fini di pianificazione territoriale); relazione tra Pro Loco e associazioni strutturate (a fini di interventi operativi); relazione yta Pro Loco e fasce giovanili (a fini di trasmissione di conoscenze e di esperienze).

Immettere in questo processo relazionale una condizione virtuosa è non solo possibile e laborioso, è anche necessario e divertente.

Gian Luigi Deiana